“Se l’amore è malato bisogna denunciarlo” Articolo su LaSicilia

“Se l’amore è malato bisogna denunciarlo” Articolo su LaSicilia

Catania, Venerdì 2 Novembre 2012.

«Se l’amore è malato bisogna denunciarlo»

Sei minuti per imparare a riconoscere la violenza: «Cambiare si può»

GIOVANNA QUASIMODO

Questi ragazzi sanno di sicuro riconoscere l’amore malato che troppo spesso nel nostro Paese trasforma gli uomini amati o che che sono stati amati in feroci assassini. Hanno riflettuto a lungo durante l’anno scolastico sul tema del femminicidio – per la cronaca, sono già 102 le donne uccise dall’inizio dell’anno ad oggi in Italia – formando un gruppo di lavoro omogeneo che ha prodotto un video,intitolato appunto «Stop al femminicidio»,vincitore negli scorsi giorni del XV Festival internazionale dello Spot sociale di Marano di Napoli. Gli studenti dell’istituto d’istruzione superiore «Vaccarini»,premiati con un aquilone di vetro realizzato dai maestri artigiani della Campania,sono 22 e sono orgogliosi del riconoscimento ottenuto, come del resto lo è il loro preside Santo Giovanni Torrisi. Consapevoli del fatto che talvolta un bambino, un adolescente o un ragazzo stenta a riconoscere la violenza come una cosa sbagliata, magari perché la subisce in casa sistematicamente o perché ha un genitore violento, gli studenti del Vaccarini sostengono che questi argomenti debbano essere affrontati a scuola,addirittura a partire dai banchi delle elementari, perché parlare e confrontarsi coi coetanei e con gli insegnanti è molto importante. «Molte ragazze che subiscono atti di violenza – spiegano – si vergognano a parlarne, hanno un certo pudore, come se ad essere in colpa fossero loro; invece rendere partecipi gli altri del proprio dolore può essere utile,può servire ad evitare violenze ancora più gravi e in qualche caso può essere determinante per salvarsi la vita».«Bisogna imparare a riconoscere la violenza – asserisce una ragazza – soprattutto quando questa arriva da una persona che vuoi bene, da una persona da cui non te l’aspetti… ». E la soluzione prospettata dai ragazzi è quella di «denunciare la violenza, sin dalle prime manifestazioni, anche se farlo è difficile», insomma «denunciare è meglio di aspettare che l’altra persona cambi».A Marano di Napoli, accompagnati dalla prof Pina Arena (che li ha instradati e seguiti in questo percorso) nel teatro intitolato al giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo Siani, questi studenti hanno conosciuto personaggi «mitici»in fatto di legalità, come don Luigi Ciotti, presidente di «Libera», Giancarlo Caselli, attuale procuratore della Repubblica di Torino, ma soprattutto indimenticabile ex procuratore di Palermo e con loro Luigi De Magistris, sindaco di Napoli. E con loro hanno dialogato.«Abbiamo lavorato al progetto nazionale“Legali al Sud” – spiega la professoressa Pina Arena – seguendo il modulo“Stop al femminicidio” e approfondendo alcuni aspetti correlati al tema: le relazioni di coppia, gli stereotipi di genere,le relazioni affettive». Il video mostratoci dai ragazzi è stato realizzato con apparecchiature professionali e grazie alla consulenza di due psicologi, Vita Salvo e Alessio Pasquali che ha curato anche la regia, col contributo del Centro Antiviolenza Thamaia di Catania. Dunque parliamo di questo video. Dura sei minuti. Sei minuti di intense emozioni. In un’aula scolastica, alla lavagna, si avvicendano di volta in volta le ragazze, che scrivono col gessetto bianco alcune frasi, come: «Con la tua violenza non mi hai corretta, ma distrutta»; «Senza le tue mani addosso sarebbe tutto più facile»; «La speranza del cambiamento è l’ultima a morire… e se nel frattempo morissi io? »; «Nero, viola, giallo e verde sono i colori che mi lasci addosso»;«Questi sono i segni dei tuoi errori, non dei miei»; «Volevo che mi stringessi tra le tue braccia, ma non così forte da farmi male… ». E a ogni frase scritta c’è subito un ragazzo che con la spugna cancella tutto, come a non voler né vedere,né ragionare, né capire. Ma poi arriva una studentessa che scrive qualcosa di risolutivo – ed ecco che s’intravede la speranza del cambiamento: «… E se denunciassi?». Nessuno dei compagni maschi oserà più cancellare quell’espressione. I testi utilizzati nel video sono «veri»,espressi, cioé, da donne che hanno realmente subito violenza e che poi si sono rivolte al centro Thamaia. Lungo il percorso del progetto sul femminicidio, vi sono stati anche alcuni incontri sulla violenza di genere con donne impegnate da sempre nell’affermazione dei diritti femminili: Graziella Priulla, docente di Sociologia della comunicazione; Grazia Giurato, femminista storica; Adriana Muliere, dirigente del commissariato di Nesima e Marisa Scavo, procuratore aggiunto della Repubblica di Catania. «Anche con loro – concludono i ragazzi – è stato interessante e proficuo parlare».

Scarica l’articolo qui – CT0211-CR05-29! (PDF)