Risorse:








Tutti i servizi di consulenza sono a titolo gratuito.



Alle donne č garantito l'anonimato.


COMUNICATO STAMPA


“COMPRENDIAMO FINALMENTE PERCHE’ ABBIAMO DOVUTO CHIUDERE LA CASA RIFUGIO E RIDIMENSIONARE IL CENTRO ANTIVIOLENZA”.


Grazie al lavoro delle FF.OO. e della magistratura, finalmente a Catania si fa luce sulle vergognose prassi consolidate da decenni nella gestione dei servizi sociali e si riesce ad ottenere che almeno  qualcuno paghi per i danni arrecati  agli interessi pubblici.

Finalmente si inizia a togliere la coltre di fumo che ha accompagnato la gestione dei finanziamenti della 328/00 e della 285/87. Finanziamenti pensati e costruiti per evitare una gestione clientelare delle politiche socio-assistenziali, ma divenuti un serbatoio di risorse per arricchirsi ai danni dei più deboli, aprendo derive ingovernabili di illegalità. Il palesarsi delle malversazioni sulle risorse destinate all’assistenza rende ancora più amaro osservare i problemi di sopravvivenza di organizzazioni non profit come il Centro Antiviolenza Thamaia ed il rischio che un’associazione, che è cresciuta e si è radicata nel territorio, non possa più fornire supporto a tutte quelle donne che subiscono violenza e che necessitano di un aiuto specializzato e specifico per avviare un percorso di fuori uscita dalla violenza.

Negli ultimi tre anni Thamaia ha lanciato allarmi e chiesto aiuto alle istituzioni per evitare la chiusura di un servizio – l’unico a Catania –  che ha maturato una lunga e specializzata esperienza nel contrasto alla violenza contro le donne e i minori, con una programmazione chiara, trasparente e sostenibile delle proprie attività. A fronte di un interesse delle istituzioni a valorizzare la possibilità di offrire un servizio di alta qualità a basso costo, si è continuato nella prassi della spartizione particolaristica delle risorse, azzerando ad ogni cambio politico-amministrativo il lavoro di anni, non manifestando nessuna volontà di valorizzare il patrimonio di risorse organizzative e professionali esistenti. 

Oggi, le difficoltà economiche del centro antiviolenza Thamaia sono diventate pressoché insormontabili e il suo ruolo di aiuto nei confronti delle vittime di violenza di genere e di raccordo con le istituzioni, rischia di indebolirsi in maniera irreversibile. Il Centro Antiviolenza Thamaia ha iniziato a occuparsi di violenza  in tempi non sospetti, allorché occuparsi di violenza era quasi una follia e il rischio di emarginazione e incomprensione era altissimo. Tempi in cui era impensabile lavorare in un’ottica di rete per impedire che le donne venissero ricacciate nella solitudine e nella sofferenza, dal momento che nei servizi pubblici e privati non era ancora elevata - come oggi – l’attenzione per il fenomeno.  In questo percorso di consapevolezza e di apertura verso un fenomeno complesso, noi ci siamo stati e abbiamo avuto la pazienza e la determinazione di aspettare che i tempi diventassero maturi per tutti, senza mai mollare la presa.  Il Centro Antiviolenza Thamaia è nato nel 2001 da una richiesta esplicita e da una necessità avvertita sia dalle donne che subiscono violenza, sia dagli operatori e dalle operatrici del territorio.

Negli anni, è stata avviata una importante azione quale la costruzione della rete antiviolenza, attraverso la costituzione di un gruppo di referenti per ogni ente partner, ai quali è stata fornita una formazione specializzata per riconoscere la violenza e per costruire un linguaggio comune e fornire risposte condivise. Avviato il centro e completata la formazione specializzata delle operatrici di accoglienza, si è potuto contare sui fondi APQ – Accordo di Programma Quadro – che hanno consentito all’Associazione Thamaia di avviare un programma di lavoro e di fornitura di servizi a sostegno delle donne e dei minori che subiscono violenza di genere in questo distretto Socio Sanitario d16. Per tre anni il Comune di Catania, e il suo distretto socio sanitario, hanno potuto godere di servizi specializzati a costo zero; Thamaia, d’altro canto, ha sempre richiesto la collaborazione dei servizi pubblici, nella consapevolezza che lavorare sulla violenza contro le donne ed i minori implica necessariamente un lavoro di rete. Infatti, il Comune di Catania e tutto il suo distretto erano partner del progetto insieme alla Questura, ai Carabinieri, alle Aziende Ospedaliere catanesi, all’Asl3, all’ex Provveditorato agli Studi, alla Procura della Repubblica, al Tribunale per i Minori, al Consiglio dell’Ordine dei Avvocati, agli enti del non profit, ecc.

E così, nel corso dei tre anni, è stato ampliato il Centro Antiviolenza, è stata aperta una casa rifugio ad indirizzo segreto, è stata implementata la rete antiviolenza con l’inserimento di altri soggetti istituzionali e del privato sociale attraverso una formazione sempre più specializzata e diversificata. Orbene, in qualunque altra parte del mondo l’Ente Locale avrebbe fatto di tutto affinché in questa città un servizio così importate – come molti politici affermano in occasione di eventi pubblici – potesse proseguire la sua attività. E invece, nonostante il Comune di Catania e i Comuni del Distretto Socio Sanitario D16 fossero partner del nostro progetto e partecipassero – con propri referenti – a tutte le azioni che si erano realizzate nei loro territori – nessuno ha mai provveduto ad inserire nei Piani di Zona una voce di finanziamento che avesse come obiettivo la prevenzione ed il contrasto della violenza di genere contro le donne ed i minori. E questo, nonostante la nostra partecipazione attiva ai tavoli tematici ed a tutte le attività ad essi connesse. Credo che tanti si riconosceranno nella nostra narrazione dei fatti, poiché in tanti eravamo convinti della necessità di partecipare alla costruzione di un Piano di Zona che rispondesse ai reali bisogni della collettività e che, quindi, partisse dal basso, da chi quotidianamente tocca con mano il disagio sociale, l’emarginazione, l’esclusione sociale e tutti i problemi che attanagliano tanti cittadini e cittadine. Nonostante la discutibilità del metodo di lavoro utilizzato e le irregolarità costanti, molti di noi non si sono tirati indietro ed hanno offerto spunti di riflessione e contributi specializzati, che sono stati sistematicamente eliminati nei piani successivamente elaborati.      

Per essere più espliciti: se nel Piano di Zona non esiste la voce “violenza di genere o simile”, non verranno mai emessi bandi a cui partecipare e, quindi, se il Comune non ha fondi per finanziare e non si prevedono bandi specifici, come dovrebbe sopravvivere un’associazione che offre un servizio sul territorio? E dire che tutti si dichiarano d’accordo sulla necessità di combattere il fenomeno della violenza contro le donne. Ma come? E con quali mezzi? E tutto questo mentre continuiamo ad assistere ad una guerra silenziosa che produce quotidianamente tante vittime innocenti.

Ciò che quindi è accaduto è che noi – come tante altre associazioni non profit– da anni non riceviamo alcun sostegno e supporto dagli Enti Locali, a parte qualche piccolo contributo dalla provincia: abbiamo dovuto chiudere una casa rifugio ad indirizzo segreto che aveva dato aiuto concreto a numerosi nuclei familiari e messo in piedi una vera rete di protezione nel territorio; abbiamo dovuto interrompere la costruzione della rete antiviolenza, perché per organizzare attività di formazione e di informazione servono anche risorse economiche; abbiamo dovuto ridurre il numero dei giorni di accoglienza e quindi dare meno risposte alle richieste che pervengono al Centro Antiviolenza che, è appena il caso di ribadirlo, è l’unico referente nel territorio del 1522 (numero unico antiviolenza nazionale). Continuiamo a offrire il servizio per un senso di responsabilità nei confronti della collettività. Ma è ovvio che non lo si può fare “gratis” per troppo tempo. Allora non ci resta che continuare a lanciare gridi di allarme e chiedere che le istituzioni diano segni tangibili di voler combattere la violenza contro le donne ed i minori e, soprattutto, che evitino di ricominciare sempre da zero,  disperdendo un patrimonio di professionalità e di esperienza accumulato negli anni.

Tanto si è fatto – nonostante tutto - in questa città e noi vorremmo proseguire da lì, perché riconosciamo che solo lavorando insieme e costruendo percorsi condivisi si possono fornire risposte concrete, anche perché interrompere il ciclo della violenza significa prevenire la trasmissione intergenerazionale della cultura della violenza e, forse è il caso di ricordarlo, del bullismo che altro non è se non una conseguenza evidente dell’acquisizione di atteggiamenti violenti che i minori sono costretti a subire passivamente all’interno di famiglie maltrattanti.     

PINA FERRAROResponsabile Rete Antiviolenza Distretto S.S. D16 Thamaia Onlus e Socia Fondatrice.

Thamaia